10 Novembre 2018 Leggi di più →

Emergenza 118, il modello lombardo non piace. No a infermieri al posto dei medici (da DoctorNews33 del 10 novembre 2018)

La morte della ragazza svizzera colta da arresto cardiaco a Chiavenna, in provincia di Sondrio, e soccorsa dapprima da un’ambulanza senza medico a bordo e poi, troppo tardi, in elicottero, fa discutere i medici del 118 in tutta Italia: il modello lombardo per le emergenze poggia su pochi medici e non piace forse nemmeno a tanti lombardi (il sindaco di Chiavenna ha depositato un esposto alla procura di Sondrio sui fatti). Altro che esportarlo, ad esempio in Sicilia. Vito D’Angelo, medico del 118 e presidente Snami Emergenza nazionale, ha scritto al governatore siciliano Nello Musumeci chiedendo di evitare modelli di gestione delle emergenze “demedicalizzati” che “rischiano di produrre risultati di salute insufficienti, oltre che di colmare il vuoto dei medici in pronto soccorso con i medici di emergenza territoriale. Il modello siciliano di assistenza (reputato costoso dai vertici regionali, ndr) va solo migliorato, non rivoluzionato”, scrive D’Angelo. “Rispetta salute del cittadino e norme di legge, e attua quanto previsto dal DM 70 del 2015 secondo cui il mezzo di soccorso avanzato deve essere composto da medico e infermiere e deve essere presente ogni 60 mila abitanti piuÌ i correttivi geografici”. Con meno medici e più infermieri “alla lombarda”, “il depotenziamento sanitario del territorio intaseraÌ ancor di piuÌ i pochi ospedali rimasti in Sicilia e accrescerà la carenza di anestesisti allungando le liste d’attesa degli interventi”. 

«Il 118 in Sicilia poggia su un rapporto tra auto medicalizzate di soccorso avanzato e popolazione residente molto vicino a quello definito dagli standard del decreto 70», spiega D’Angelo a DoctorNews. «Il servizio è coperto da medici inquadrati in convenzione all’80% e al 20% da tempi determinati, e a causa della chiusura di molti ospedali sul territorio la presenza del medico si rende necessaria, in ore fatidiche della vita dei pazienti. La Sicilia ha chiesto alla Lombardia una riorganizzazione per ottenere dati confrontabili, ma la distribuzione della popolazione è omogenea, diversa da gran parte d’Italia, tant’è vero che prima in Sardegna e ora in altre regioni i nuovi criteri organizzativi hanno suscitato perplessità». Nello specifico, «solo il medico fa diagnosi e prescrive terapie: l’infermiere segue protocolli. Una rarefazione di auto medicalizzate di soccorso non si concilia con un paziente in infarto acuto da defibrillare o poco stabile. Per inciso, il mezzo elettivo nei casi citati è l’ambulanza. Già in volo, in elisoccorso, le procedure effettuabili sono più limitate». I report annuali alle centrali operative siciliane, aggiunge D’Angelo, «dimostrano che il servizio siciliano funziona bene. Noi chiediamo di migliorarlo, di omogeneizzare l’attivitaÌ, di fare formazione e di interfacciarci con l’innovazione tecnologica. Nemmeno gli anestesisti possono sostituirci, sono pochi e bastano appena negli ospedali. Dobbiamo partire da una valorizzazione della medicina d’urgenza, dell’esistente. Come Snami stiamo preparando un incontro regionale con i sindaci». 

Analoghi i timori in Toscana, dove per Nicola Marini segretario Smi regionale, è in atto una «demedicalizzazione strisciante che va assumendo l’aspetto di uno smantellamento della presenza medica in emergenza. Non è stata mantenuta la promessa, fatta a dicembre 2017, di una delibera di riordino del sistema di Emergenza territoriale. Lo SMI Toscana aveva chiesto, già dal mese di luglio, l’istituzione di tavoli tecnici condivisi con sindacati medici ed infermieristici e associazioni di volontariato. Nessuna risposta! Al contrario, ecco protocolli già firmati, delegati ai responsabili delle Centrali che, malgrado la indiscussa competenza tecnica, non possono avere una visione generale del Sistema regionale. In molte zone si elimina il soccorso con medico a bordo, in altre lo si sostituisce con le ambulanze infermieristiche, responsabilizzando un infermiere qualificato per le prestazioni di sua pertinenza deontologica ma non per un atto medico delegato, che prevede di somministrare farmaci di primo soccorso su diagnosi ed indicazioni impartite al telefono da un medico della Centrale Operativa. La Regione continua a privilegiare il risparmio alla qualità del servizio». Pure SMI Toscana cerca sponda tra i sindaci, ricordando con Marini quando nel 2016 bloccò la chiusura prevista della Guardia Medica notturna in tutta Italia. 

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