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Biotestamento. Non è eutanasia ma un atto di civiltà (da quotidianosanita.it del 29 dicembre 2017)

29 DIC – Gentile direttore,
nonostante il progresso medico abbia alzato di molto l’età media di vita, la morte rimane un evento ineluttabile. Affrontare il momento terminale della vita ,quando si hanno esaurito tutte le possibilità terapeutiche e si ha consapevolezza che siamo in prossimità della morte , non è cosa facile e soprattutto è il momento in cui la volontà del malato è spesso soverchiata da quella dei familiari e del medico: ognuno con intenti “lodevoli” cerca di operare per il mantenimento in vita del congiunto/paziente.

Fatichiamo ad accettare la morte come un evento naturale, anche quando questa arriva a tarda età in persone con molte comorbilità e stanche di lottare per sopravvivere.

Quante volte ho sentito raccontare “pie” bugie ai malati terminali per illuderli che la fine non sarebbe mai arrivata;quante volte ho visto disatteso il desiderio dell’anziano di morire nel suo letto fra i suoi cari, perché arrivato il momento fatidico si teme di non poter fornire tutte le cure necessarie.

Adesso finalmente abbiamo una legge che stabilisce che ogni persona non solo “ ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo completo, aggiornato e comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti diagnostici e dei trattamenti sanitari indicati” , ma ha anche “il diritto di rifiutare, in tutto o in parte qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario“, compresi “la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiali” considerati trattamenti sanitari.

Così forse non avremo più le Risonanze magnetiche eseguite un giorno prima della morte. E’ successo più di vent’anni fa a mia sorella affetta da tumore alla mammella in fase terminale. Lei chiedeva di tornare a casa ma i colleghi che la seguivano in oncologia e io ,allora giovane medico, glielo abbiamo impedito perché credevamo fosse necessaria quella Risonanza per capire se avesse o no anche metastasi cerebrali. Il giorno dopo è entrata in coma ed è morta sì a casa sua, ma in modo del tutto inconsapevole.

Ben venga quindi una legge che impedisca scempi simili.

Certo ce ne se sono voluti di anni, anni in cui come medici ci siamo sentiti in dovere di imporre le nostre decisioni perché le credevamo le migliori.
Adesso una legge ci impone di “rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario“ anche se viene chiarito che “il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge , alla deontologia professionale e alle buone pratiche clinico-assistenziali”.

Appare quindi chiaro che questa legge non apre ad alcuna forma di eutanasia.

Fatico quindi un po’ a capire la richiesta di obiezione di coscienza da parte di alcuni medici del fronte “cattolico”.

L’obiezione non è prevista in questa legge e stupisce che il ministro Lorenzin, che la legge dovrebbe conoscere bene, si faccia carico tardivamente di questa richiesta.

Obiezione a cosa? Al diritto del singolo di non essere massacrato sul letto di morte con aghi, flebo, cateteri e sondini?

La morte per un cristiano è quanto di più naturale esista. “Cenere sei e cenere tornerai” ci viene ricordato all’inizio della quaresima. Il cristiano professa l’immortalità della persona anche se il corpo è destinato al disfacimento.

Nel secolo scorso si moriva a casa ,naturalmente senza nessuna possibilità di prolungare faticosamente l’esistenza. Nascere e morire era quanto di più naturale esistesse.

Oggi il progresso tecnologico ha medicalizzato la gravidanza e trasformato la morte in una prova di resistenza.

Si è vero oggi siamo in grado di tenere in vita ,con strumentazioni sempre più sofisticate, corpi devastati.

Ma è veramente progresso questo? La scienza è la prova della grandezza dell’uomo, la tecnologia è capace di dominare la natura , ma non ci si deve mai dimenticare che scienza e tecnica devono stare al servizio dell’uomo.

Quante volte mi capita di seguire a domicilio anziani o malati terminali che teniamo forzatamente in vita con Peg, Pik, sondini, cateterini …. che trattiamo oltre ogni ragionevole speranza.

Non sempre sono loro che ce lo chiedono: siamo noi che ci crediamo in diritto di farlo, sostenuti dal volere dei loro cari.

“Non potrà mai essere terapeutica e quindi salutare una relazione nella quale una delle due parti del rapporto proprio in virtù della sua debolezza , sia negata come soggetto” si leggeva già nel 1998 nel documento della Cei per la Giornata Mondiale del malato.

Accettare la volontà del malato è un atto di umiltà oltre che un atto di civiltà.

Nessuno si può arrogare il diritto di vita e di morte sugli altri, nessuno deve sentirsi Dio.

Siamo creature finite: la finitezza è la nostra essenza.

Ben venga quindi una legge che stabilisca che “il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili o sproporzionati”.

E’ una legge che rispetta il “diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona” .

Ornella Mancin
Medico di famiglia
Cavarzere (VE) 

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