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Isde: “Ecco perché è giusto ribadire un chiaro e deciso ‘no‘ all’incenerimento dei rifiuti” (da quotidianosanita.it del 28 novembre 2018)

27 NOV - Gentile direttore,
un comunicato recentemente divulgato dalla SItI parla di “inceneritori quali alternative evolute rispetto agli impianti di discarica”, afferma inoltre che “non si può prescindere dalla disponibilità di termovalorizzatori di ultima generazione che possono portare a un bilancio energetico complessivo positivo, con produzione di energia e sistemi di teleriscaldamento” e, soprattutto, conclude con un “sì all’incenerimento”.

Isde Italia ritiene un parere favorevole all’incenerimento “incompatibile con le esigenze di gestire i rifiuti in maniera sostenibile, di garantire il massimo grado possibile di tutela ambientale e sanitaria e di rispettare le direttive Europee sull’economia circolare”.

Gli inceneritori non sono un’“alternativa evoluta” alle discariche: non fanno sparire i rifiuti ma, semplicemente, li trasformano in pericolose emissioni inquinanti, acque di processo contaminate e un’abbondante quantità di ceneri da combustione. Tutto questo può essere evitato utilizzando altri sistemi di gestione più sostenibili. Secondo dati ISPRA il solo inceneritore di Brescia produce 163.000 ton/anno di rifiuti, solo poco meno dei rifiuti urbani residui che l’intera regione Veneto (72.9% di differenziata) smaltisce in discarica (233.000 ton). L’inceneritore di Acerra produce oltre 150.000 ton di rifiuti, più di tutti i rifiuti urbani residui smaltiti in discarica da intere regioni come la Liguria (144.000 ton), il Molise (109.000 ton), la stessa Campania (102.000 ton), la Basilicata (60.000 ton), il Trentino (66.000 ton).

L’insieme degli inceneritori del nord produce circa un milione di tonnellate di rifiuti dotati di un grado di tossicità e pericolosità ambientale superiore a quello dei rifiuti urbani residui biostabilizzati smaltiti in discarica dalle stesse regioni (solo 684.000 ton in più, considerando l’insieme di tutte le regioni del nord). Questo, ovviamente, non significa continuare a tollerare le discariche ma evolvere verso un sistema sostenibile di gestione dei rifiuti che ne minimizzi l’utilizzo e la pericolosità.

Gli inceneritori non sono sistemi sostenibili di produzione energetica. L’ultimo report dell’Intergovernative Panel of Climate Change (6 ottobre 2018) ha ribadito la necessità inderogabile di contenere il riscaldamento globale entro 1.5°C rispetto ai valori pre-industriali e che non abbiamo più molto tempo per raggiungere questo obiettivo (circa 30 anni), chiedendo misure rapide, inedite e di ampia portata. La combustione dei rifiuti (prevalentemente materiali plastici) è assimilabile a quella dei combustibili fossili e comporta abbondanti emissioni di inquinanti clima-alteranti.

È per questo in aperta contraddizione con il rispetto degli obblighi internazionali (ma prima ancora etici) di controllo del riscaldamento globale e con la necessità di sostituire la produzione di energia da processi di combustione con l’utilizzo di vere fonti rinnovabili e con il miglioramento dell’efficientamento energetico. Inoltre, l’energia risparmiata con il recupero di materia è di molto superiore a quella spesa dagli impianti di combustione dei rifiuti e dai processi di economia lineare a essi sottesi.

I ricercatori e ancora di più le società scientifiche non dovrebbero essere parziali, dovrebbero invece prendere in considerazione tutti i risultati degli studi e comunicarli correttamente mettendo in risalto tutti gli aspetti, come l’enorme problema delle scorie pericolose prodotte dagli inceneritori da smaltire in discarica.

Utilizzare l’incenerimento dei rifiuti per produrre energia o per il teleriscaldamento delle abitazioni può condurre a paradossi come quello dell’ormai famoso e costosissimo inceneritore-pista da sci di Copenhagen, per alimentare il quale la Danimarca è costretta a mantenere elevati livelli di produzione di rifiuti (tra i più alti a livello continentale), a sostenere ingenti costi e ad importare dall’estero rifiuti come altri Paesi importano fossili.

L’incenerimento dei rifiuti comporta conseguenze ambientali e sanitarie evitabili, anche se avviene in impianti di nuova generazione. Lo stesso comunicato della SItI riconosce che “la quota di ossidi di azoto e di polveri emesse rimane significativa“ e che l“impatto da nanoparticelle e da diossine bromurate non hanno ancora trovato un approccio autorevole definitivo”.

Gli impianti di nuova generazione hanno concentrazioni di emissione molto inferiori a quelle dei vecchi impianti ma trattano un volume di rifiuti enormemente maggiore rispetto al passato (siamo passati da decine di migliaia a centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti all’anno) e le quantità assolute di inquinanti emessi dagli impianti di nuova generazione sono direttamente proporzionali alla quantità di rifiuti trattati. Inoltre, le modificazioni tecnologiche di questi impianti hanno spostato la tipologia di particolato emesso verso le polveri ultrafini, le più pericolose in assoluto per la salute umana.

Tutto questo genera impatti negativi sulle matrici ambientali (principalmente contaminazione da metalli pesanti e composti organici clorurati) e sulla salute umana (comprese le alterazioni della gravidanza e del periodo perinatale), chiaramente descritti dalla letteratura scientifica internazionale e dagli ormai numerosi studi condotti anche a livello nazionale.

Anche dal punto di vista strettamente economico, gli inceneritori rappresentano un affare solo per chi li costruisce e gestisce, non certo per le Comunità, che se ne deve accollare le conseguenze ambientali e sanitarie. L’analisi dei costi di danno ambientale, calcolati attraverso la rete europea di ricerca “ExternE” (costi esterni di energia), stimano una spesa per danni alla salute e all’ambiente che va da 1 a oltre 5 milioni di € l’anno (a secondo delle situazioni di contesto considerate) per ogni 250.000 tonnellate di rifiuti urbani inceneriti. Rapportando il costo alla vita media di un inceneritore (20-30 anni) i costi esterni, dopo 25 anni di attività, potrebbero raggiungere valori compresi tra i 25 e i 125 milioni di euro.

La Commissione Europea ha chiaramente espresso la necessità di reindirizzare la gestione dei rifiuti verso l’economia circolare, deviando gli investimenti degli Stati membri dall’incentivazione dell’incenerimento (da eliminare) verso pratiche di riduzione della produzione di rifiuti, riutilizzo, riciclaggio e recupero di materia. Ha anche suggerito di applicare misure di tassazione dell’incenerimento, una moratoria per la costruzione nuovi inceneritori e lo spegnimento progressivo degli impianti esistenti. Questo indica la strada verso un modello virtuoso di gestione non più teorico ma già applicato con successo in diverse aree del nostro Paese, prima fra tutte la provincia di Treviso.

Isde pertanto ribadisce con decisione e chiarezza: sì ad una corretta gestione dei rifiuti che garantisca la possibilità di uno sviluppo sostenibile del nostro Paese, creazione di posti di lavoro e raggiungimento degli obiettivi comunitari e, con altrettanta fermezza, no all’incenerimento, perché continuerebbe a produrre danni economici, ambientali e sanitari che, oltre ad agire come forma di tassazione regressiva indiretta, genererebbero conseguenze gravi e potenzialmente irreversibili per le generazioni future.

International Society of Doctors for Environment (Isde)

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Pubblicato in: News
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