Il Giuramento di Ippocrate. Meglio quello antico (da quotidianosanita.it del 4 marzo 2018)

Data:
4 Marzo 2018

04 MARGentile Direttore,
c’è qualcosa di toccante e portentoso nel giuramento antico [di qui in avanti GA] di Ippocrate che offre una chiave di lettura del crack della professione medica e appalesa gli effetti deleteri che forme spregiudicate di promozione pubblicitaria, di facilitazione politico-industriale del reclutamento e di travisamento del ruolo hanno avuto sulla stessa.

Il giuramento moderno [di qui in avanti GM], in Italia, data 2007 ed è una rettifica del precedente che risaliva al 1998. Si tratta di una attualizzazione delle regole antiche che includevano divieti (di praticare l’aborto, ad esempio, o di curare i calcoli renali, all’epoca appannaggio dell’arte chirurgica, separata da quella medica) oggi intempestivi.

Viene fatto però di chiedersi perché sia scomparsa del tutto la voce sul rapporto maestro/discepolo. Una voce che nell’antico impegno evocava il riconoscimento della sapienza del maestro e la riconoscenza dell’allievo, ciò che non si rinviene nella promessa moderna e nelle relazioni docente/discente di oggi, se non nei casi eccezionali che confermano la regola. Arduo dire se siano i maestri o il rispetto per loro a essersi dissolti. Di fatto, alla eclisse di quanto sopra nel GM fa eco la odierna decadenza del rapporto formativo.

Sempre nel GA si sottolinea il vincolo del medico a insegnare, l’arte e la dottrina di cui è depositario, ai propri figli, ai figli del maestro -alle persone fidate, dunque: rinvio a una casta, oggi superata- e agli allievi che siano già vincolati dal giuramento. A nessun altro. Una posizione di tutela delle conoscenze cui oggi fanno da contraltare gli obblighi del consenso informato e la ubiquitaria disposizione a parlare a tutti dell’arte e della dottrina medica.

Cosa che rende il pubblico più consapevole, forse, ma annacqua progressivamente un sapere sul quale ognuno presume di potere dire la sua, pur avendone una debole infarinatura, e che si associa all’indebolimento della riservatezza in generale. Non senza esserne turbati, etiamdio, capita di incrociare, in situazioni che non hanno niente di necessario, illustri medici che indicano come loro paziente questo o quell’individuo, con una disinvoltura che fa specie.

A sostenere una simile superficialità – ma la superficialità è il vizio supremo, Oscar Wilde docet– è, a mio avviso, la propensione a parlare delle cure dove capita. Ne consegue lo scivolamento verso la chiacchiera sugli individui curati. E’ vero che anche il narcisismo sembra avere la sua parte: occuparsi di personaggi noti e mostrare di essere titolari di una nutrita clientela darebbero lustro al terapeuta.

Anche al riguardo il GA, nel sottolineare senza fronzoli la sacralità del riserbo, fornisce una declinazione meno assoluta e ipocrita del segreto: “tacerò ciò che non è necessario sia divulgato”. In tal modo è ammessa la possibilità di infrangerlo se opportuno, quando ad esempio a un medico siano rivelate intenzioni in grado di mettere a repentaglio la sicurezza e il benessere di altri o dello stesso malato. E’ una precisazione che non compare nel GM, ma che ritengo meriti di essere approfondita, al fine di non omettere scelte di salvaguardia della salute del singolo e della comunità.

“Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte”: questo piccolo poderoso voto è una garanzia che renderebbe inutile spiegare al malato quanto importante sia il rispetto di uno stile di vita salubre, perché ne vedrebbe nel medico la declinazione esemplarmente positiva.

Soprattutto il fatto di tenere insieme vita e arte crea quel flusso tra come si vive e come si opera, denegato da chi predica bene e razzola male o da chi si scandalizza quando la vita privata è chiamata in causa nell’esercizio della funzione pubblica.

E ancora, l’appello alla innocenza e alla purezza della custodia di ciò che si è e di ciò che si fa, porta in campo il tema della ingenuità, dell’essere genuini come valore primo nella esistenza e nell’esercizio professionale. E la garanzia è tanto più forte in quanto, se mai il medico violasse la promessa, su di lui ricadrebbe la terribile maledizione, non della calunnia o della diceria, pur fastidiose, bensì della fondata perdita dell’onore che, come ci ha insegnato l’educazione siberiana, una volta smarrito, non si recupera, a differenza della agiatezza, per dirne una.

Se si intende affrontare la questione medica oggi, occorre ripartire dalla sua rifondazione etica – prima che dalle risorse, dalla formazione come panacea universale, dalla evocazione di manager factotum (ne siamo invasi!) – e dunque dai principi contenuti nel GA – le radici sono la nostra riserva, specie quando le fronde soffrono.

Potremmo rintracciavi, nella sobrietà mai ridondante o ripetitiva, nella eroica consapevolezza di essere portatori di arte e dottrina, nel proposito risoluto di recare fraterno e imparziale aiuto e di non causare danno ad alcuno, spunti non trascurabili per rivisitare con responsabilità, prima che con solidarietà, il nostro agire quotidiano.

Una virata che consentirebbe di misurarsi con la questione medica non a pannicelli caldi o nell’attesa del vento giusto, ma operando il giro di boa verso il traguardo, consistente nel riconoscere la necessità qui e ora di una nuova etica del reclutamento in sanità.

Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto

Ultimo aggiornamento

4 Marzo 2018, 16:18

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